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E’ autunno nel deserto – 8 Celestìn

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Riassunto delle puntate precedenti: il nostro Ahmed, preso dai suoi pensieri, quasi senza accorgersene si è messo in cammino alla testa della carovana.

Non so, è un periodo che mi trovo a confrontarmi con gli altri. D’inverno, quando uno è lì da solo, e le giornate passano un po’ sempre uguali, nel grigiore del giorno uno almeno sa cos’è, a quale mondo appartiene, cosa è suo e cosa no. Ma avere tante persone diverse intorno mi mette addosso una serie di dubbi, di incertezze, di domande. Sì, io la conosco la mia posizione: sono cammelliere, dormo sotto le stelle per nove mesi all’anno, di solito mi pulisco con la sabbia, e forse è solo una due volte all’anno che mi lavo veramente con l’acqua all’hammam. Ma vi immaginate che da quanto ho capito ci sono qui persone che hanno il bagno caldo in casa, che si lavano con l’acqua continuamente. Io mi sono sempre sentito abbastanza pulito così, però…

Camminando ne ho conosciuto uno che viaggia un sacco, in aereo, in tutte le terre vicine e lontane. Celestìn, si chiama, fa il professore, è alto e un po’allampanato, con una barbetta rossa e due occhi azzurri molto intensi, e siamo diventati subito un po’ amici. Dice che volando vede giù le città e i fiumi, laghi interi, il mare. Quando passa sopra il polonord, che succede quasi sempre, vede il mare tutto bianco e ghiacciato, e poi il ghiaccio si rompe in tanti piccole lastre e pezzetti, che galleggiano sull’acqua come in una lunga processione, un fiume di pezzetti di ghiaccio bianco nel mare scuro, per mille chilometri! Se questo è essere vicini al cielo, ve lo potete immaginare. Mi sembra come che a cavallo di una cometa abbia la possibilità di vedere tutto, come un mezzo dio insomma, come un profeta. Però dice che in viaggio non è che si stia poi così comodi, seduti nella stessa posizione schiacciata per tantissime ore. Ogni tanto una signorina gli porta un vassoio pieno di cibo e gli fa un mucchio di sorrisi, ma è un cibo strano, come di plastica, che sa di chiuso e un po’ cattivo. Poi quando si va così lontano inseguendo il sole, i giorni diventano più lunghi o più corti, la notte si confonde col giorno e ti viene sonno alle ore più sbagliate. Ma lui mi raccontava nella sua lingua, che io capisco bene anche se non so come questo possa succedere, che si sente così libero, che per lui è tutto così bello. Io lo invidio proprio, che riesca a vedere più il bello che il brutto, che si senta più in paradiso che all’inferno. E in fondo è proprio questo il segreto, di come ci si sente piuttosto di quello che si fa.

Se penso ai miei viaggi non sono anch’io libero di andare, ore e ore, e conoscendo già la meta scegliermi un po’ anche il percorso, il passo, i tempi delle pause? Sì si va a piedi, il mezzo di trasporto è un po’ lento e antiquato, però sembra tutto naturale e ben ritmato, come se facesse parte della vita, la mia, dico, di vita. E io mi sento così bene, così vicino alla mia terra, che lo so che cambia sempre e che non è per niente mia, però è come una sorella che mi accoglie e è un po’ sempre dalla mia parte. E devo dire che spesso, soprattutto quando non sto lì a pensarci troppo, sono contento, veramente contento. E’ come se fossi un po’ da un’altra parte, come in aria, in cielo anch’io, dove non esistono il duro del terreno e i calli sui piedi, le unghie incarnate e i taglietti sui talloni. E allora capisco che questo sono io, che non sono stato costretto a questo lavoro, questa vita, ma ci sono arrivato perché questo è il mio posto, e lo ho accettato, e mi piace, e mi rende contento e sì qualche volta anche quasi felice, vicino al cielo che riesco a immaginarmi dentro di me.

Accettare la mia vita sembra che mi aiuti a capire quella degli altri, sentirla mia senza desiderarla, senza risentimento. E capire anche che gli altri possano addirittura invidiare la mia di posizione, per quanto possa apparire impossibile, e accettare anche il loro punto di vista, così strano e diverso. Ogni tanto quando sono fra tante persone ci cado, devo dire, in uno stato di agitazione, di scontentezza, ma con i miei quarant’anni ho capito che posso farla durare poco, ignorarla come una zia zitella un po’ noiosa. E riprendermi abbastanza velocemente, lasciarla parlare e sbuffare, lei con i suoi problemi, tenendo le cose un po’ separate, come se fossi un po’ più in alto, un po’ staccato, insomma senza farmi travolgere. Ma ecco che il mio amico Celestìn sta tornando da me. Ha un’aria così rilassata, il mio viaggiatore volante, come di intesa e di complicità. Forse mi racconterà ancora di quando ha visto le balene da una nave in mezzo al mare. O forse staremo zitti mentre ci teniamo compagnia camminando a passo spedito in testa alla carovana.

(8 – continua)

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1 commento

  1. Accettare la propria vita, come qualcosa di cercato, voluto ed esserne felici, immaginandosi il cielo dentro di noi. Lì sta il segreto; ed il segreto è come il tesoro in una caccia al tesoro: va cercato con passione coraggio.

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