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E’ autunno nel deserto – 10 Comunione

Riassunto delle puntate precedenti: camminando in testa alla carovana con il suo cammello guida, Ahmed medita e trova il modo di trasformare il piombo dei suoi pensieri in oro.

Il mio Celestìn è fatto così. Io gli ho parlato un po’, e un po’ sono confuso e un po’ mi sembra di capirlo benissimo. Hai sempre la sensazione che ci sia una molla in lui, tutta tesa, e qualsiasi cosa tu dica le rimbalza contro, e porta lui in uno stato di coscienza così attento, così profondo, ma allo stesso tempo così pesante e doloroso. Sembra che faccia fatica a parlarti, a momenti, quasi che vivesse in un mondo suo. O che la cosa che gli dici lo portasse da un’altra parte, più lontana, in un mondo che agli altri è precluso. Privato, suo e inaccessibile al resto di noi. Sembra proprio che non si accorga della propria grandezza, e in un continuo impeto di generosità totalmente ingiustificata ti dia il beneficio del dubbio, ti conceda uno spazio per esprimerti. E questo è bello, perché io, sia per la lingua che proprio per la sua profondità umana, faccio un po’ di fatica a seguire tutto tutto. I dettagli mi sfuggono, alcune delle sue tortuosità mi lasciano senza fiato, eppure quello che mi rimane alla fine è un senso di grande apertura, come se Celestìn fosse riuscito ad aprire un varco in me, a spingermi un po’ più in là. E questa comunanza io la trovo impagabile, un dono venuto dal cielo. E’ facile capirsi con quelli che sono sempre al centro della scena, aperti e socievoli, quelli che sembra sempre che sappiano esattamente cosa dire per farti stare a tuo agio. Però hai sempre un po’ la sensazione che lo facciano con tutti, ‘sto gioco, e allora è facile sentirti svalutato, un altro in mezzo ad una folla indistinta. Con lui è diverso. Tu sei unico e irripetibile, nel momento che sei con lui, lui è tutto per te, è l’amico della tua vita. Lontani sono i suoi viaggi in tutte le terre possibili, i suoi studi, i suoi libri complicatissimi, i suoi colleghi capaci di sostenere chissà che discussioni con lui, di tenergli veramente testa.

Lo vedo camminare sulla sabbia ormai bella calda, la testa un po’ inclinata in avanti, a piedi nudi nei suoi sandali di cuoio enormi, solo. Sempre, irrimediabilmente e assolutamente solo. Sembra che qualsiasi cosa faccia una bolla si apra intorno a lui. Che avvicinarglisi a più di tre metri sia un’impresa che pochi vogliono permettersi. Per questo salta da un gruppo all’altro, guardando sopra la testa degli altri, lui così alto, come se fosse incapace di abbassarsi al loro livello, di ridere di cuore con loro. Sempre distante, con la testa nel suo mondo. E gli altri tengono le debite distanze, forse intimiditi, forse paurosi di stufarsi un po’. Mi sento proprio speciale quando, quasi per caso, i nostri percorsi si avvicinano un po’, lui piega lentamente e si affianca a me, e senza guardarci ci mettiamo a camminare appaiati in testa alla carovana, al ritmo vivace e costante del mio cammello guida, lui che fa due passi per i miei tre. E lui, senza pensare, inizia a raccontarmi la storia della sua vita, i suoi studi, i suoi mi sembra molti amori un po’ sconclusionati, nei quali si butta come per risolvere tutti i problemi della sua vita e che rapidamente lo respingono di nuovo dov’era prima, nella sua torre d’avorio impenetrabile. Mi sembra che capisca tutto quello che dico, anzi lo capisce ancora prima che io sia arrivato a metà della frase, e certe volte mi taglia corto, il che mi dà francamente un po’ sui nervi, ma poi non mi dispiace poi così tanto anche perché così mi risparmio un sacco di spiegazioni inutili. Ci sono delle comunioni fra uomini che non si possono spiegare e che ti aiutano a capire meglio chi sei. Forse perché con gli altri o le cose vanno o non vanno, una ti mette in mano la sua vita dopo un’ora che la conosci, si dona anima e corpo senza riserve. Oppure puoi passare anni a lisciare un rapporto che non partirà mai.

Celestìn è entrato nella mia vita in un attimo. E’ entrato nel mio deserto, compartecipe del mio autunno. Compagno, nella sua solitudine, della mia. Così consapevole delle cose, così vicino a quello che gli fa bene e gli fa male. Così incostante nell’essere lì con me, nell’attimo, e via di nuovo nel suo mondo privato. Così pieno di cura e considerazione, così vicino alla propria tristezza da poterci quasi ridere sopra. Ogni tanto quando ci fermiamo si piega sulle sue lunghe gambe magre e affonda una mano nella sabbia, come per volerla vagliare. Ne solleva una piccola manciata, guardandola intensamente, e lentamente, lentamente, la lascia ricadere affidandola alla brezza leggera che se la trascina via con dolcezza. Dove sarà in quei momenti? Qual è la sua grazia, dov’è il suo dio? Che ne sarà di lui dopo il deserto? Ci ritroveremo di nuovo da qualche altra parte, lassù nel vento, sopra una duna al calare del sole?

(10 – continua)

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E’ autunno nel deserto – 9 Vestito di seta azzurra

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Riassunto delle puntate precedenti: il nostro Ahmed camminando ha trovato un amico.

Camminare aiuta a pensare. Quel pensare libero, dove i pensieri prima si affastellano, e poi a poco a poco, quasi al ritmo dei passi sulla sabbia, si mettono in fila, prendono un loro ordine, si fanno più radi e più limpidi, e iniziano a lasciare spazio, come se la distesa così vasta del deserto venisse portata dentro e ci facesse sentire più aperti, più ariosi.

Non so perché i primi pensieri che vengono alla partenza sono quelli più cattivi, i più difficili da tenere a bada, invariabilmente carichi di ansia e di dolore. Sono così difficili da scacciare perché ci invadono e anche perché sono bravi a nascondere da dove vengono. Anche se non abbiamo niente di visibile che ci tormenti, loro vanno a pescare giù in basso tutta la sporcizia accumulata, e ce la portano su, nel petto, nella gola. E così ci troviamo a combattere un nemico invisibile, che porta avanti la sua guerriglia in modo subdolo, astuto, molto economico direi, perché sembra proprio che con poco sforzo riesca a farci così tanti danni. E poi, se non è così difficile affrontare una a una le difficolta pratiche del vivere, non so, un cammello con una spina nella zampa, una tappa intera senza neanche lo straccio di un pozzo d’acqua, un sentore di tempesta di sabbia in arrivo, così caratteristica, così chiara, facile da individuare se uno ne ha un minimo di pratica. No, questi sono pensieri tutti confusi, mescolati, come una melma grigia che si rigira nello stomaco, incapace di andare né su né giù, stagnante. Come possiamo combatterli se non riusciamo neanche a capirli, a intuire da dove vengono? E’ come se un confronto diretto fosse inutile, già perso in partenza, una di quelle tipiche situazioni in cui sai di essere troppo piccolo e inadeguato per farti largo da solo. E’ allora che si ha veramente bisogno di quello spazio, che bisogna lasciarlo entrare in noi a poco a poco, senza pensarci, passo dopo passo, respiro dopo respiro. E a quel punto non c’è più lotta, perché non c’è più opposizione. La melma subdola vuole schizzarcisi addosso e noi, piano piano, senza dire niente, senza scatti, ci togliamo di mezzo e la lasciamo passare via. Lei non trova più dove attaccarsi, mica può stare lì diritta a mezz’aria, così ricade, si frantuma e si spappola, recede, si prosciuga.

E oggi ho proprio capito quanto sia bello avere imparato queste cose. Perché quello che prima poteva distruggerci, o almeno lasciarci in un stato di debolezza, di prostrazione, incapaci di fare la prossima mossa, di andare avanti, adesso è diventato un altro passo avanti nella conquista di noi stessi. Il dolore non è riuscito a insudiciarci, ma è diventato quasi uno strumento di crescita, una pietra miliare che ci indica dove siamo arrivati. E forse può anche indicarci, a modo suo, se solo lo sappiamo ascoltare, da che parte andare, quale è la nostra direzione, quali saranno le prossime sfide. E ci aiuterà anche a capire, se non da dove è venuto, almeno il suo senso di prova riservataci sul cammino. Prova necessaria, perché tanto se non ci investiva in quel modo lì, ne avrebbe trovato un altro, più o meno cattivo, più o meno difficile da affrontare.

E quello con cui ci lascia tutto ciò è la sensazione di essere da un’altra parte. Come se qualcosa in noi si fosse staccata e innalzata di un pochino sopra il nostro corpo, e ci permettesse di guardarlo giù con un sorriso di dolcezza, di comprensione, di amore. Ma anche di amicizia, di fratellanza, di calore che protegge.

Visto da fuori, io sono sempre un cammelliere povero dalla pelle scura piuttosto impolverato che cammina sulla sabbia nel deserto con dei sandali un po’ ridicoli ai piedi, ma dentro dentro mi sento un principe vestito di seta azzurra con una spada d’oro scintillante.

(9 – continua)

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E’ autunno nel deserto – 8 Celestìn

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Riassunto delle puntate precedenti: il nostro Ahmed, preso dai suoi pensieri, quasi senza accorgersene si è messo in cammino alla testa della carovana.

Non so, è un periodo che mi trovo a confrontarmi con gli altri. D’inverno, quando uno è lì da solo, e le giornate passano un po’ sempre uguali, nel grigiore del giorno uno almeno sa cos’è, a quale mondo appartiene, cosa è suo e cosa no. Ma avere tante persone diverse intorno mi mette addosso una serie di dubbi, di incertezze, di domande. Sì, io la conosco la mia posizione: sono cammelliere, dormo sotto le stelle per nove mesi all’anno, di solito mi pulisco con la sabbia, e forse è solo una due volte all’anno che mi lavo veramente con l’acqua all’hammam. Ma vi immaginate che da quanto ho capito ci sono qui persone che hanno il bagno caldo in casa, che si lavano con l’acqua continuamente. Io mi sono sempre sentito abbastanza pulito così, però…

Camminando ne ho conosciuto uno che viaggia un sacco, in aereo, in tutte le terre vicine e lontane. Celestìn, si chiama, fa il professore, è alto e un po’allampanato, con una barbetta rossa e due occhi azzurri molto intensi, e siamo diventati subito un po’ amici. Dice che volando vede giù le città e i fiumi, laghi interi, il mare. Quando passa sopra il polonord, che succede quasi sempre, vede il mare tutto bianco e ghiacciato, e poi il ghiaccio si rompe in tanti piccole lastre e pezzetti, che galleggiano sull’acqua come in una lunga processione, un fiume di pezzetti di ghiaccio bianco nel mare scuro, per mille chilometri! Se questo è essere vicini al cielo, ve lo potete immaginare. Mi sembra come che a cavallo di una cometa abbia la possibilità di vedere tutto, come un mezzo dio insomma, come un profeta. Però dice che in viaggio non è che si stia poi così comodi, seduti nella stessa posizione schiacciata per tantissime ore. Ogni tanto una signorina gli porta un vassoio pieno di cibo e gli fa un mucchio di sorrisi, ma è un cibo strano, come di plastica, che sa di chiuso e un po’ cattivo. Poi quando si va così lontano inseguendo il sole, i giorni diventano più lunghi o più corti, la notte si confonde col giorno e ti viene sonno alle ore più sbagliate. Ma lui mi raccontava nella sua lingua, che io capisco bene anche se non so come questo possa succedere, che si sente così libero, che per lui è tutto così bello. Io lo invidio proprio, che riesca a vedere più il bello che il brutto, che si senta più in paradiso che all’inferno. E in fondo è proprio questo il segreto, di come ci si sente piuttosto di quello che si fa.

Se penso ai miei viaggi non sono anch’io libero di andare, ore e ore, e conoscendo già la meta scegliermi un po’ anche il percorso, il passo, i tempi delle pause? Sì si va a piedi, il mezzo di trasporto è un po’ lento e antiquato, però sembra tutto naturale e ben ritmato, come se facesse parte della vita, la mia, dico, di vita. E io mi sento così bene, così vicino alla mia terra, che lo so che cambia sempre e che non è per niente mia, però è come una sorella che mi accoglie e è un po’ sempre dalla mia parte. E devo dire che spesso, soprattutto quando non sto lì a pensarci troppo, sono contento, veramente contento. E’ come se fossi un po’ da un’altra parte, come in aria, in cielo anch’io, dove non esistono il duro del terreno e i calli sui piedi, le unghie incarnate e i taglietti sui talloni. E allora capisco che questo sono io, che non sono stato costretto a questo lavoro, questa vita, ma ci sono arrivato perché questo è il mio posto, e lo ho accettato, e mi piace, e mi rende contento e sì qualche volta anche quasi felice, vicino al cielo che riesco a immaginarmi dentro di me.

Accettare la mia vita sembra che mi aiuti a capire quella degli altri, sentirla mia senza desiderarla, senza risentimento. E capire anche che gli altri possano addirittura invidiare la mia di posizione, per quanto possa apparire impossibile, e accettare anche il loro punto di vista, così strano e diverso. Ogni tanto quando sono fra tante persone ci cado, devo dire, in uno stato di agitazione, di scontentezza, ma con i miei quarant’anni ho capito che posso farla durare poco, ignorarla come una zia zitella un po’ noiosa. E riprendermi abbastanza velocemente, lasciarla parlare e sbuffare, lei con i suoi problemi, tenendo le cose un po’ separate, come se fossi un po’ più in alto, un po’ staccato, insomma senza farmi travolgere. Ma ecco che il mio amico Celestìn sta tornando da me. Ha un’aria così rilassata, il mio viaggiatore volante, come di intesa e di complicità. Forse mi racconterà ancora di quando ha visto le balene da una nave in mezzo al mare. O forse staremo zitti mentre ci teniamo compagnia camminando a passo spedito in testa alla carovana.

(8 – continua)

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E’ autunno nel deserto – 7 Il Disegno

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Riassunto delle puntate precedenti: Ahmed, seduto in cerchio con i suoi compagni di viaggio, ha svuotato la mente dai suoi pensieri nel primo chiarore di una mattina fresca.

Sarebbe bello potersene stare lì seduti tranquilli per il resto della giornata, a pensare solo a noi, a meditare. Ma si sa, la vita chiama. Presto partiremo, c’è un sacco di roba da preparare e mica possiamo aspettare che il sole sia alto, prima di partire. Va bene che è già autunno e le temperature non sono neanche l’ombra di quelle di solo un mese fa, ma la natura pretende che ci si metta sempre in linea, i tempi li dà lei. E insomma dovrò adattarmi a pensare in piedi, fare due cose in una volta. Il che non mi riesce poi così male dopotutto, sembra quasi che gli uomini siano fatti per vivere come su due piani diversi, uno così, vicino alla sabbia e al pelo delle bestie e uno solo interno, come un po’ più alto, un po’ più finolino, come inafferrabile. Ma il fatto che sia così sottile non vuol dire che non ci sia, bisogna pensarci un po’ e lo si vede chiaramente. Del resto è proprio il mondo più basso, quello pesante che ha la pendenza della sabbia a farci capire che sì lui è lì, ma non potrà mai bastarci, mica siamo della bestie anche noi.

Sono proprio le fatiche, il peso del camminare sulla sabbia smossa che sprofonda, il sudore del primo pomeriggio, lo spiffero che si insinua sotto la coperta e ti sveglia nel mezzo della notte, un cammello che fa le bizze e si rifiuta di rialzarsi, tutte queste piccole cose a indicarci che siamo fatti per altri mondi, che dobbiamo porci altre mete, se solo vogliamo avere un po’ di coraggio di definirci uomini. E non solo queste cose così terrene, ma anche tutte le pene che la vita ci riserva a ogni piè sospinto sembrano essere lì per spingerci via, per sollevarci. Il timore di non poter mandare a Amina i soldi della settimana, questa impossibilità di farci veramente vedere dagli altri, sprofondati nella nostra grande solitudine, di far loro capire che anche noi ci stiamo provando, a fare del nostro meglio, a tirare avanti la carretta, che anche se non si vede anche noi facciamo una grande fatica, al di là dei sorrisi e del buonumore di circostanza.

Ma per me quelle più subdole sono le cose belle che in ogni momento ci irretiscono, vogliono portarci via con la loro malia, che sembrano dirci: ma vieni via con me, sarai per sempre felice! E cosa ne è di uno come me in questi momenti? Come è facile venire spazzati via, troppo suadenti le fantasie degli uomini, troppo perentorio il richiamo del loro cuore. E dopo un po’ cosa rimane? Si capisce che era tutta un’illusione, una crudele macchinazione fatta per sviarci, per riportarci giù vicino alla sabbia piatta e umida, ad un livello umano sì ma anche quasi animale. Fatto di alti e bassi, bello e brutto, amore e odio che si tirano e si strattonano a vicenda, incapaci di mettersi d’accordo, di trovare un attimo di terreno comune.

Ma a pensarci bene, che il disegno non sia proprio il contrario di quello che sembra? Che tutte queste fatiche, queste pene, queste piccole trappole paradisiache non siano lì proprio per condurci da un’altra parte, per indicarci una strada? O piuttosto, per indicarci quali sono le strade sbarrate, se solo le vogliamo vedere, e per esclusione indurci alla ricerca della strada del crederci, ignota e misteriosa, in aspra salita e precipitosa discesa, irta di sassi e fiancheggiata da spine? La strada della fiducia nella realtà così com’è in tutte le sue manifestazioni, che ci porta più vicini alla parte più bella, alta e nobile di noi, in assoluta solitudine? Non la solitudine dell’essere ignorati e non capiti, ma la solitudine del viandante, del guerriero che quel pezzo di percorso deve forgiarselo da solo, pena la sua vita.

Oddio, siamo già in cammino. Ero talmente preso dei miei pensieri che devo aver caricato i cammelli automaticamente quasi senza accorgermene. Con la coda dell’occhio vedo le mie bestie camminare con passo costante al mio fianco e dietro di me. E’ il mio passo, che loro seguono così docilmente. E i nostri compagni, che vengono dietro vigili e attenti, cercando di tenersi ben al passo e di non farsi distrarre, sviare da nulla. Tutto qui sembra così ordinario, soprattutto nell’autunno che nega al deserto la sua caratteristica più violenta e lo doma intiepidendolo. Che senso hanno questi sassi appuntiti, questo letto di fiume secco, questi cespugli radi destinati a un breve periodo di gloria? Che senso abbiamo noi, viandanti anche noi destinati ad un breve periodo di gloria, se non in un disegno più grande, più alto? Mi domando se questo disegno esiste veramente o se me lo sono solo immaginato. Ma, mi dico, se l’uomo ha così tanta facilità a costruirsi i pensieri, tanto vale che siano belli.

(7 – continua)

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E’ autunno nel deserto – 6 Il testimone

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Riassunto delle puntate precedenti: il nostro cammelliere Ahmed, dopo una notte travagliata, assiste al sorgere del sole e medita sul proprio risveglio, quasi un’alba di rinascita.

E’ strano, però. Seduto qui in cerchio con il gruppo sento qualcosa di nuovo. Di solito io mi muovo, faccio, passo da una cosa all’altra. E’ un lavoro intenso quello del cammelliere, sei sempre sotto giorno e notte, con attenzione continua, c’è sforzo e anche pensiero. Eppure è sempre un agire, i pensieri si sovrappongono al movimento, è come un dimenarsi un po’ incontrollato. Quando poi mi fermo, la sera, nelle lunghe notti, la mia mente è inquieta, vaga qua e là, non sta mai ferma. Qui fermi immobili a occhi chiusi mi sembra di trovare qualcosa di diverso, una qualità più sottile. Devo un po’ domarmi, è vero, perché le gambe vorrebbero muoversi, la testa vagare, ma se mi lascio un po’ andare e accetto che sono qui fermo, sento come qualcosa che si fa più lento. La mola dell’arrotino che viene al paese il sabato ad un certo punto dopo aver sprizzato le sue scintille veloci inizia a rallentare gradualmente, il suo girare forsennato si calma, pian piano per la grande inerzia della pietra pesante. Ad un certo punto quella che era una superficie liscia e indistinta comincia a mostrare le sue fattezze, la sua tessitura fine, puoi distinguere i granelli di quarzo durissimo sulla superficie, le rigature, gli incavi e le distorsioni, le impurità incastonate, una profonda e sottilissima crepa che prima non c’era. Prima di fermarsi poi rivela il suo moto un po’ondeggiante perché il perno non era poi così diritto e perfetto come sembrava. Il rumore stridente e indistinto si scinde in tanti piccoli cigolii, grattatine e croc croc, più distinguibili ad ogni giro, sempre più gravi e lenti, fino che dopo un ultimo piccolo sussulto con gradualità infinita si impenna e si ferma.

Un breve momento di smarrimento – oddio dove sono, sarò perso, c’è ancora il terreno sotto i piedi? – lascia il posto a qualcosa che non viene più dalla testa ma come da dentro, dalla pancia, più profondo e più pulito. E’ come un sentire interiore che mi porta alla luce cose che prima erano dentro bloccate. Come avevo fatto a non capirlo? Io che cercavo una guida ce l’avevo proprio qui davanti e non me ne aro accorto. Ce ne sono tante, di guide, perché mi sembra che i compagni seduti in cerchio davanti a me abbiano ciascuno la sua storia da mostrare, qualche cosa di prezioso e intimo da comunicarmi, però umilmente, senza farmi una testa così con le parole. Quasi che potessero parlare senza parlare, che si unissero a me con dei fili sottili e invisibili, come se un miele dolce e delicatissimo mi portasse il loro tepore e la loro protezione. Sono irretito in una tela che mi dà vicinanza senza costrizione, che prima non c’era mai stata, che non ero stato capace di vedere.

Come un sassolino lanciato da un diavoletto lì sopra mi avesse colpito la testa dandomi una piccola a scossa, mi viene un dubbio atroce: e se la mia piccolezza, la mia debolezza, il mio non essere nessuno che fino adesso tanto mi hanno tormentato e crucciato fossero qualcosa di mio proprio mio, quasi delle gemme incastonate nella greve ruota della mia mola, brillanti e coloratissime, di forma unica e preziosa? Se io veramente fossi qualcosa proprio in grazia al non essere niente? Un regalo quasi divino, un tenermi unito a me stesso? Qualcosa da coltivare e fare crescere, proprio partendo da quello che c’è piuttosto che cercare di ottenere quello che manca? Sento le gambe un po’ rigide, la pancia grossa, la mia faccia scura e ormai grinzosa, il peso dei miei anni. Ma questo è solo fuori. Dentro c’è qualcosa di fino fino, liscio come la pelle di una bambina, sottile e lucido, fresco e senza tempo, e è lì da sempre. E’ inesprimibile, così incastonato, ma mi sembra in grado di rendermi trasparente, di regolare le mie azioni sotto la sua bacchetta magica in modo da lasciarsi irradiare senza sforzo ma anche senza ritegno.

Riapriamo gli occhi seri e assorti, in un cerchio perfetto. Il tappeto rosso che ci unisce contrasta con la sabbia ancora un po’ scura di umidità della notte. Il sole ancora basso ci regala un tepore tenue, autunnale. L’aria è chiara e tersa.

(6 – continua)

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E’ autunno nel deserto – 5 Luce aranciata

luce_aranciataRiassunto delle puntate precedenti: Il nostro cammelliere Ahmed impara dai semini a crescere nella direzione giusta, abbandona i suoi mille pensieri e all’irrompere dell’alba si mette alacremente al lavoro.

Eccolo. Come un miracolo che sempre si ripete, come una meraviglia sempre uguale e sempre nuova, squarciando la bolla bianco latte con la quale il cielo l’aveva attirato nel suo seno, l’aveva risucchiato ancora una volta fra di noi, prima piccolo spicchio stracarico e ombroso poi rosso poi arancio, ha dato un ultimo impercettibile colpo di reni, si è sollevato si è mostrato è esploso in una sinfonia di colore e di tepore, ha inondato la terra le piante le colline e noi, senza ritegno con la sua luce aranciata abbacinante, un sugo appena tiepido che ci avvolgeva e ci disorientava, ci sospingeva e ci portava via, lì immobili e muti a osservare la sua potenza, a assorbire i suoi raggi penetranti e misteriosi, attoniti davanti al suo spettacolo di autocelebrazione, di vanità incontrollata, di adescamento sapiente dei suoi piccoli adoratori.

Ne ho viste tante io che sto sempre all’aperto, ma oggi è diverso. E’ come se il tempo si fosse fermato. Come se il fuori e il dentro si fossero fusi in un tutto indistinguibile causando uno sperdimento, un esserci e non esserci un essere presenti ma non sentire nulla un essere parte di quella luce e di quell’energia. Di sentirsi nello stesso tempo uomo e cammello, e fiore e cespuglio, e montagna e collina, e sabbia e duna, e uomo chiaro e uomo scuro, maschio e femmina, terra e sasso, e insetto e scorpione e serpente, aria e vento, colore e ombra, luce e spirito.

Mi siedo a gambe incrociate in alto su un piatto sasso rugoso, la fronte rivolta al sole, e assorbo il tepore crescente che lui emana. Tutto il mio passato, quello che sono sempre stato, bambino e ragazzo, uomo adulto e uomo senescente, e quello che mai sarò, si raggrumano in questo momento in questo punto da qualche parte dentro di me, nella mia pancia. Tutto ciò che ho mai provato e che forse proverò, la spensieratezza abbandonata, la gioia infinita, il dolore più forte, la noia e l’umiliazione si fondono tutte in qualcosa di unico, che mi avvolge ma non mi schiaccia, quasi loro fossero sia dentro che fuori di me, potenti ma neutre, assertive ma benigne. Un vuoto mi si apre dentro, come se liberato dagli influssi esterni e dai miei pensieri non esistessi più.

Riapro gli occhi. E giù sotto, seduti sul tappeto rosso, li scorgo, in cerchio e a gambe incrociate. Immobili e silenziosi, si preparano anche loro ai loro riti, alla loro pratica, avvolti nella calda luce aranciata.

E’ rimasto uno spazio libero nel cerchio, proprio nella direzione dove sorge il sole. Lo riempio e mi unisco a loro, servitore accolto da maestro. Li sento, presenze lievi e accoglienti, corpi non corpi, concreti e quasi immateriali. Non ci sono parole né lingue. Sono molto lontani ma anche terribilmente vicini. Ospiti e compagni di viaggio. Fratelli di luce.

(5 – continua)

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